Denaro e Bambini: Quando e Come Parlarne | Intervista alla consulente finanziaria Blerina Prifti

“"Il modo in cui parli di denaro ai tuoi figli oggi, determinerà il loro rapporto col denaro domani." — Robert Kiyosaki
👨👩👧 Caro Genitore,
Il denaro è uno dei grandi tabù della genitorialità: se ne parla poco, spesso con ansia, quasi mai con naturalezza.
Eppure i bambini osservano, assorbono, imparano — molto prima di quanto pensiamo.
In questa intervista, Blerina Prifti, consulente finanziaria e mamma, ci accompagna in un viaggio pratico e concreto: da quando iniziare a parlare di soldi ai figli, come introdurre la paghetta, perché il risparmio è una forma di fiducia e non di rinuncia, e come trasformare ogni "non possiamo comprarlo ora" in un'occasione di crescita, invece che in una frustrazione.
Un'educazione finanziaria che parte da lontano — e che, come tutta la genitorialità, non ha regole uguali per tutti, ma principi solidi da cui partire.
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Trascrizione dell'intervista Denaro e Bambini
SILVIA: Ok, eccoci, benvenuti, benvenuti a tutti. Oggi abbiamo una nuova ospite: Blerina Prifti. Blerina è una consulente finanziaria ed è con noi perché oggi vorrei portare il tema del denaro in relazione ai nostri bambini. Blerina, ti lascio presentare.
BLERINA: Grazie Silvia, sono felicissima innanzitutto di essere qui e di poter parlare di un tema così importante. Come hai accennato, io sono una consulente finanziaria e mi occupo appunto di consulenza in materia di investimenti e di educazione finanziaria, ma vengo anche da un passato da corporate manager. Quindi diciamo che la finanza l'ho vissuta sia in ambito aziendale che in ambito personale, e anche da mamma, perché comunque sono mamma di un bimbo di quasi otto anni, e quindi la vivo costantemente applicando i principi anche a mio figlio.
SILVIA: La prima domanda che mi ero segnata tra le cose che ti volevo chiedere è: qual è il momento di introdurre il tema del denaro? Quando è troppo presto? E come approcciarlo, come spiegare cos'è il denaro nella vita dei nostri bambini?
BLERINA: Parto col dire che non c'è un'età precisa, un'età giusta. Dipende molto anche dal grado di apprendimento del bambino, da come il bambino inizia ad approcciarsi a questo mondo — il mondo del denaro. Ma sicuramente il consiglio è: prima si inizia, meglio è.
Si iniziano a spiegare i concetti molto basilari: come funzionano le monete, come si contano i centesimi, come si arriva all'euro, e quindi come si arriva anche alla carta moneta — non solo le monetine, ma anche le banconote, ad esempio da 5 euro.
L'idea è far prendere confidenza il prima possibile ai nostri figli con il denaro, anche a livello tattile. Quando sono piccoli, farglielo toccare, dirgli: "Ok, vai a pagare tu il gelato" — magari non pagarlo noi, dargli quei tre euro, farlo andare a pagare il gelato, magari dando 5 euro e dicendogli "aspetta, c'è anche il resto, ti deve dare il resto".
Quindi insegnare nelle piccolissime cose, il prima possibile, a prendere confidenza con questo strumento.
Avvicinare il più possibile il denaro alla crescita del bambino, proprio come uno strumento di crescita evolutiva. È importante che, già da piccoli, inizino a comprendere i soldi e la gestione delle proprie finanze come uno strumento utile per i loro desideri, per le loro necessità, per quello che vogliono, per quello che possono o non possono comprare in quel momento.
È importante che imparino a gestirlo il prima possibile, e sempre in un'ottica positiva: tradurre i loro desideri in qualcosa di concreto. "Voglio il gelato" → "5 euro" → "me lo compro".
Come tradurre tutti i loro desideri in realtà attraverso il denaro: usarlo come strumento è un metodo di insegnamento molto importante, che si inizia da quando sono piccoli — non dico dall'asilo nido, ma già con la materna si inizia a prendere dimestichezza.
SILVIA: Poi ogni occasione, in realtà, è buona per iniziare: andiamo dal panettiere, diamo i soldini per comprare la focaccia; la nonna a Natale ci dà la busta — "questi sono i soldini che ti hanno regalato al posto di un regalo, e hanno scelto di darteli così puoi comprare quello che vuoi". La vita quotidiana ci permette continuamente di parlarne, di averci a che fare — forse anche per sciogliere quel nodo del denaro come "cosa sporca", come una cosa di cui non si parla.
Noi, per esempio, facciamo da sempre discorsi di vario genere: pensiamo di dover comprare la televisione, e allora diciamo "possiamo farlo questo mese, oppure aspettiamo il prossimo"; andiamo in vacanza e allora abbiamo questo budget, quindi possiamo fare tre giorni piuttosto che quattro; la spesa — questo mese abbiamo altre spese da sostenere. Cerchiamo di coinvolgere i bambini, pur sapendo che quando erano piccoli non c'era una comprensione totale, quindi magari bisognava spiegare più cose. Ma mi è sempre sembrato importante trasmettere la cosa in maniera naturale. Tu come lo vedi, questo parlare di soldi davanti ai bambini?
BLERINA: Assolutamente sì. Secondo me di soldi bisogna parlare come se parlassimo di cosa mangiamo stasera. Facciamo il budget come per tutto il resto — gli esempi che hai fatto sono perfetti e si possono calare in modo semplice per i bambini, perché alla fine i bambini apprendono molto anche da come si comportano i genitori. Se i genitori sono sempre un po' guardinghi, non parlano mai di soldi oppure ne parlano sempre con un'aria di preoccupazione — anche se non dicono apertamente che i soldi sono un problema — i bambini lo percepiscono, e di conseguenza lo vedranno sempre come un'area di difficoltà, come uno strumento scarso, come qualcosa di difficile da avere.
Siamo proprio noi, in primis, a trasmettere quelle che sono un po' le "credenze limitanti" che tutti, chi più chi meno, abbiamo appreso dall'infanzia — normale che sia così, la famiglia è il primo ambito educativo. Per questo è importantissimo che i genitori ne parlino tranquillamente, che trasmettano fiducia, anche se tra loro possono avere delle preoccupazioni o dei pensieri più complessi — è normale averli. Ma è importante trasmettere ai bambini fiducia: non solo fiducia nella gestione economica, ma anche fiducia nelle loro capacità di gestirla.
Un aspetto molto importante — magari anche per chi ha un maschietto o una femminuccia — è non fare assolutamente distinzioni, non fare limitazioni del tipo "tu sei femmina, queste cose sono più adatte a un maschietto". Mai fare questo tipo di divisione, perché è da lì che crescono le loro convinzioni sul denaro, la loro fiducia nelle proprie capacità di gestire bene i soldi — ed è un bagaglio che si porteranno per sempre. Quindi assolutamente parlarne tranquillamente, cercando il più possibile di non dare giudizi, di non trasmettere credenze limitanti di scarsità o di sofferenza estrema legata ai soldi, di non far percepire il tema in negativo, ma cercare di dare letture positive, in modo che i bambini, che non hanno ancora una loro percezione, inizino a formarsene una positiva — senza distinguere tra "gestisco bene i soldi perché sono maschio" e "non li gestisco bene perché sono femmina". Queste cose non vanno fatte, non vanno trasmesse ai bambini.
SILVIA: E mi viene in mente anche un periodo in cui la famiglia può vivere delle difficoltà — magari uno dei due genitori perde il lavoro, oppure arriva una spesa improvvisa, o qualsiasi altra situazione. Credo che anche in quel caso la trasparenza sia importante, come dicevi tu: far capire che si è in un momento di difficoltà, ma che può essere anche l'occasione per introdurre il concetto di "budget del desiderio". Per esempio: "questo gioco oggi non lo possiamo comprare, ma che ne pensi se facciamo un budget per poterlo comprare tra cinque mesi?" — cercando sempre di riprendere il discorso con un'ottica positiva verso il futuro, pur con onestà. Magari dire: "guarda, in questo momento la nostra famiglia non ha budget per questa cosa, oppure questa cosa è troppo cara, non possiamo comprarla adesso; valutiamo se comprarla in futuro, oppure cerchiamo qualcosa che costi meno."
BLERINA: Assolutamente. Qui hai introdotto tre macro-concetti molto importanti. Il primo è quello di parlare delle difficoltà finanziarie, perché il mondo della gestione del denaro non è sempre rose e fiori: capita a tutti di attraversare delle difficoltà finanziarie, sono fisiologiche. Il punto non è se le attraversiamo, quanto gravi siano, ma come ci approcciamo quando succedono — perché prima o poi le incontriamo tutti, è un po' un ciclo vitale, un susseguirsi di alti e bassi. Ed è lì che emerge la nostra capacità di gestire bene il denaro: di stringere quando c'è da stringere e allentare la presa quando si può.
Il secondo concetto è quello del risparmio: hai introdotto l'idea di insegnare ai figli a risparmiare. Una cosa che oggi non possiamo comprare perché costa tanto, magari la possiamo comprare tra cinque mesi, sei mesi, o un anno. Coltivare questa idea e trasmettere il valore del risparmio è molto importante, perché i bambini iniziano già da piccoli a capire che quei cinque euro di oggi domani diventano dieci, poi quindici, e così via, finché non si arriva alla cifra desiderata.
Il terzo concetto, importantissimo anche per gli adulti ma soprattutto per i bambini — specialmente oggi che si ha accesso a tutto immediatamente — è coltivare la pazienza. I bambini fanno un po' fatica a farlo perché sono pieni di stimoli, giochi, luci, cose belle, e vivono nel "qui e ora": per loro è "o compro adesso quella bambola, o non la comprerò mai più". E quindi coltivare l'idea che, con pazienza, i propri soldi crescono nel tempo — se riusciamo a trasmettere questo valore ai figli, abbiamo vinto, perché vale in ogni ambito: vale nel mondo degli investimenti, dove i ricavi si vedono nel lungo termine; vale in qualsiasi scelta i cui risultati si vedono dopo. Coltivare la pazienza, soprattutto nella gestione del denaro, è una delle qualità veramente più importanti.
SILVIA: È veramente molto importante. E ci aggiungerei anche il coltivare il desiderio: desiderare qualcosa e coltivare dentro di sé quell'attesa, quel momento — come dici tu, la pazienza, ma anche immaginare. Secondo me è una cosa molto bella da fare con i bambini: "oggi non lo possiamo comprare, lo possiamo comprare tra qualche giorno, qualche settimana, qualche mese — cosa farai con questo gioco quando l'avrai? Come pensi di giocarci? Pensi di condividerlo con tuo fratello, tua sorella, il cugino, l'amico? Lo vorresti portare a scuola per farlo vedere?" Tutte quelle cose che aumentano l'immaginazione e spingono a desiderare qualcosa. Secondo me è uno dei valori più importanti da trasmettere: l'idea di non poter ottenere tutto subito, di doversi impegnare per ottenerlo — magari con il risparmio, a lungo termine anche con gli investimenti — ma anche pregustarsi l'attesa di quando finalmente quella cosa l'avremo e ci potremo giocare.
Hai parlato prima — non ricordo in che punto — dei soldi da risparmiare, e mi è venuto in mente in particolare tutti quei soldini che i bambini ricevono dai nonni, dagli zii, per i compleanni, per Natale eccetera. Tu hai qualche modalità con cui gestisci questa cosa? Come li spieghiamo? Perché il bambino si vede arrivare dei soldi — magari se è molto piccolo, mi piacerebbe che capisse che dietro quei soldi c'è qualcun altro che glieli ha donati, e poi anche in un'ottica di utilizzo e risparmio, come consigli di approcciare questa parte del denaro regalato?
BLERINA: È un aspetto molto interessante, perché anche noi da adulti spesso adottiamo una filosofia diversa: gestiamo diversamente i soldi che guadagniamo lavorando rispetto ai soldi che ci vengono regalati, o che troviamo per strada, per esempio. Quei 50 euro trovati ci sembra di poterli spendere subito, mentre 50 euro guadagnati lavorando li pensiamo un attimo di più, valutiamo cosa prendere. Ma alla fine il valore del denaro è sempre lo stesso, non cambia in base alla fonte — cambia per noi perché abbiamo messo più o meno impegno, ma il valore resta quello.
Quello che io cerco di trasmettere a mio figlio, quando i nonni o qualcuno gli fanno un regalo, è che quei soldi non sono immediatamente spendibili: non vanno nel suo budget mensile, nella sua "paghetta", ma vanno in un conto di risparmio. Lui sa già che quando riceve una certa somma non può spenderla tutta — è come se venisse automaticamente destinata alla sua "casellina" del risparmio.
Se poi ha un obiettivo importante — ti faccio un esempio per rendere l'idea: l'anno scorso, o l'anno prima, voleva la Nintendo Switch, che ovviamente costava tanto. Allora abbiamo detto: "va bene, facciamo una sorta di pianificazione, metti da parte tutte le paghette per sei mesi; se ti cade un dentino e la fatina ti dà un soldino, lo metti da parte; se i nonni o qualcun altro ti danno dei soldini per il compleanno, li metti da parte" — in modo che riuscisse a comprarsi la Switch quando arrivava il suo compleanno. E mio figlio ha fatto così: non ha speso un euro, perché aveva davanti un obiettivo più grande. Sapeva che quei 50 o 100 euro regalati sarebbero andati per uno scopo più alto, invece che per un gelato o un giochino piccolo.
Il cervello dei bambini funziona esattamente come il nostro: quando abbiamo uno scopo — comprare una macchina, comprare casa — sappiamo che tutto ciò che entra deve andare lì, perché c'è un obiettivo più grande, e non facciamo fatica a metterlo da parte. Quando invece non abbiamo obiettivi specifici, quello che entra tende a uscire più facilmente.
Quindi l'importante è trasmettere l'idea che la gestione dei soldi vada fatta anche se sono regalati, come se fossero guadagnati tramite lavoro o paghetta. È importante indirizzare i bambini ad avere obiettivi, a coltivare la pazienza e il desiderio, ma anche a costruire un obiettivo finanziario, così si abituano fin da piccoli all'idea di avere, in futuro, dei propri obiettivi finanziari.
Quello che dico sempre è: meglio non dire direttamente "questo non ce lo possiamo permettere", punto — ma coltivare un dialogo positivo, coinvolgendo il bambino, anche se piccolo, nel ragionare su come può fare per comprarlo o permetterselo. Non dire a priori "no, non ce lo possiamo permettere, fine lì", ma dire: "ok, abbiamo 50 euro, ce ne servono altri 100 — secondo te come possiamo fare per comprare questa cosa?" Così il bambino si mette in moto per raggiungere quell'obiettivo, incentivandolo a ragionare positivamente attraverso domande, piuttosto che dando soluzioni pronte o dei "no" categorici.
SILVIA: Noi abbiamo introdotto, con il mio compagno, l'idea dei barattoli: per gli importi un po' più sostanziosi (non per il singolo euro, che finisce direttamente in uno dei barattoli), quella cifra viene "spacchettata" — una parte va al risparmio vero e proprio, che non si tocca (abbiamo aperto per lui anche un conto di risparmio); una parte va agli obiettivi, quello che dicevi tu, per esempio la Nintendo nel tuo caso; una parte è fruibile subito, per qualcosa di piccolo come una penna vista in cartoleria; e poi c'è un altro barattolo che abbiamo chiamato "della generosità", per mettere via dei soldini per fare regali o piccoli pensieri, quando capita di vedere qualcosa che vorrebbe regalare a un amico o a un parente. Ci stiamo gestendo un po' così: cosa ne pensi?
BLERINA: È un bellissimo metodo, assolutamente. Porta il bambino a fare una sorta di pianificazione, di budget: per il risparmio, per quello che può spendere, per quello che vuole regalare. È un buon metodo, e ognuno può utilizzare quello che ritiene più adatto — sicuramente richiede un po' di impegno, ma il concetto sottostante è importante: non tutto quello che riceviamo va speso, è importante iniziare a dividere per obiettivi o per piccole somme, in base a quello che vogliamo fare.
SILVIA: Certo. Prima hai parlato anche della paghetta — io ho avuto diverse opinioni in merito, che sono cambiate nel corso degli anni. Vorrei chiederti: secondo te, da quando ha senso dare la paghetta? E quando invece è troppo presto?
Ti dico prima quello che penso io, poi magari mi correggi. Al momento mio figlio non ha una paghetta: pensavamo di introdurla quando fosse un po' più grande, quando avesse effettivamente delle spese da sostenere — la merenda, il pranzo fuori. Fino ad allora ho sempre pensato che non gli servisse. L'idea è quella di una paghetta fissa, proporzionata all'età, ai bisogni e alla vita che si fa — perché immagino che il costo di un pezzo di pizza in un paesino sia diverso da quello in una grande città.
Con il tempo mi sono fatta l'idea che la paghetta non debba essere legata a una finalità tipo "mi aiuti in casa e allora ti do la paghetta", ma sia pensata esclusivamente per una serie di spese che il bambino affronta crescendo. Il contributo che dà in casa, invece, è un'altra cosa: lo fa perché siamo una squadra, a prescindere dalla paghetta. Ho aggiunto, però, un "asterisco" per attività un po' fuori standard — non l'apparecchiare o il sistemare i vestiti, ma magari tagliare l'erba, o aiutare in piccoli lavoretti particolari: quello sì può dare diritto a qualcosa in più.
Questa è un po' la mia idea — anche se sono ancora molto indietro, perché mio figlio inizia solo la terza elementare, quindi la paghetta ne stiamo ancora parlando. Tu cosa ne pensi in generale della paghetta — quando, come?
BLERINA: È un tema molto personale, nel senso che anche qui non c'è una regola precisa. Io personalmente ho introdotto la paghetta non tanto collegata a una prestazione — né lavorativa, né domestica — ma come strumento di educazione, per abituare mio figlio a maneggiare i soldi, a gestire entrate e uscite, a gestire i suoi bisogni e desideri. I bisogni primari, ovviamente, restano a carico nostro: se dobbiamo comprare un gelato quando usciamo il sabato, lo compriamo noi, non deve pagarlo lui con la paghetta. La paghetta serve più per qualche sfizio, per qualcosa che io non gli comprerei — per esempio le macchinine, quando ormai ne ha settecentomila e dico "ma a che ti serve un'altra macchinina, è inutile" — quello lo prende con la paghetta, oppure lo mette da parte.
L'ho introdotta un paio d'anni fa, quando mio figlio con i soldi era già molto spigliato, proprio come strumento per farlo iniziare a prendere consapevolezza: contare i soldi, sapere quanti ne ha nel portafoglio, quanto gli serve per comprare una certa cosa. Quindi non come "paga" vera e propria, ma come strumento quasi educativo.
Gliela do con cadenza mensile, in modo che coltivi la pazienza di aspettare un mese per la paghetta successiva: se spende subito quello che riceve, sa che deve aspettare quattro settimane. Oppure, quando desidera qualcosa di più grande — un box di carte Pokémon, per esempio — sa che deve aspettare tre mesi, perché quello non glielo compro io. Sa che deve mettere da parte tre mesi di paghetta, e al terzo mese lo compra: come dicevi tu, coltivando il desiderio, lo valorizza anche di più. Spesso capita che i bambini comprino un giochino, ci giochino due minuti e poi lo dimentichino da qualche parte; quando invece c'è desiderio, quando si aspetta per prenderlo, ci si gioca di più, lo si valorizza di più.
L'ho introdotta anche per insegnargli a negoziare un po' con i soldi — cosa che è anche un po' un tasto dolente per noi, perché è un negoziatore nato: io soffro, non mollo facilmente, e lui mi frega sempre in qualche modo. Una volta ricordo che gli ho ridotto la paghetta — gli davo 10 euro al mese, poi gli ho detto: "il prossimo mese ne prenderai 5" — perché volevo che lui alzasse l'asticella, che chiedesse di più. E infatti lui non ha negoziato sul "perché 5 e non 10", ma durante il mese negoziava — "se faccio questa cosa, mi dai due euro in più?", "se porto questa cosa, mi dai qualcosa?" — se le prendeva in altro modo. Questo per incentivarlo a chiedere, perché sapeva che con 5 euro faceva poco, e quindi era più stimolato a chiedere — non come pretesa, però: la paghetta non deve mai essere calata come una pretesa. È un modo per imparare a gestire anche questo tipo di oscillazioni nelle entrate, che nella vita tutti ci troviamo ad affrontare e che spesso facciamo fatica a gestire proprio perché non siamo abituati a negoziare, a chiedere di più — ma chiedere con cognizione di causa, non perché "è dovuto".
Per me è un buon strumento, ma è tutto molto personale: è giusto che i genitori valutino anche in base al bambino — il mio, per esempio, è particolarmente "alleato" con i soldi, ma ci sono bambini meno interessati a questo tipo di dinamiche, e in quel caso si può benissimo dare la paghetta più tardi, quando hanno esigenze diverse.
SILVIA: Credo che, come dicevi tu all'inizio, non ci sia una regola aurea — come in tutta la genitorialità: dare la paghetta, introdurre il cellulare, le ore di televisione. Chiaramente parlo con delle basi solide, un limite di fondo — non si può far vedere la televisione per dodici ore, per dire — ma sono situazioni che ogni famiglia deve gestire e capire cosa funziona per sé, calandole all'interno della propria realtà. L'importante è avere ben chiaro il motivo per cui facciamo una certa scelta: do il cellulare a mio figlio perché fa quel pezzo di strada da solo e questo mi fa stare più tranquilla, e allora scelgo una modalità — per esempio una SIM senza internet. Decido di introdurre la paghetta perché per me è importante che sia spigliato con il denaro, e la introduco in un certo modo, con delle regole e dei limiti. Oppure decido di aspettare, perché per me la paghetta ha più senso legata alle spese personali, quindi la sposto più in là. L'importante è sempre fare questi ragionamenti e dire: "per noi questa riflessione va bene, è funzionale per la nostra famiglia."
SILVIA: Stavo pensando prima a quando parlavamo delle difficoltà — a come il nostro modo di approcciare il denaro sia anche una sorta di specchio per i bambini. Ne abbiamo già parlato un po'. Ci sono altre riflessioni che ti vengono in mente rispetto a come noi ci comportiamo con il denaro, e che i bambini in qualche modo "respirano"? Parlo di acquisti — non necessariamente shopping compulsivo, non parlo di chi spende tutto lo stipendio — ma di acquisti poco pensati, magari spreco sul cibo, oppure comprare una cosa e poi non guardarla nemmeno; o, al contrario, la troppa rigidità: non usciamo mai a mangiare fuori, non compriamo mai quella cosa, non compriamo mai i giochi. Quindi sia un estremo che l'altro.
BLERINA: Assolutamente. I bambini assorbono davvero tutto — assorbono anche quello che noi stessi non capiamo. Mi sono resa conto che mio figlio, quando facevo degli acquisti, faceva a posteriori dei ragionamenti che io stessa non avevo fatto. È importante capire che i bambini di oggi sono molto più avanti su queste cose rispetto a come eravamo noi: io a sette anni e mezzo non avevo la benché minima idea di come girasse tutto questo. Sono più spigliati, vivono in un'epoca diversa, hanno accesso alle informazioni in modo diverso — e anche accesso al denaro in modo diverso, e a quello che il denaro può portare, all'abbondanza. Capiscono tutto.
L'importante, secondo me, non è negare — capita a tutti di fare acquisti impulsivi, di avere una giornata storta e "quel rossetto in più" o "quella borsa in più" può raddrizzarla — l'importante è spiegare anche quel comportamento. Non va bene minimizzarlo, dire "non è niente, ho speso solo 20 euro, che sarà mai", perché il bambino non vede solo la cifra, vede il comportamento. È importante spiegare che ci sono momenti in cui può capitare, ma che l'importante è restare comunque in un certo budget — introdurre il concetto che, anche se abbiamo fatto una spesa impulsiva, siamo comunque rimasti nel range massimo che ci eravamo dati, e quindi per noi non è una catastrofe. L'importante è che questo non diventi un comportamento continuativo: una cosa è che succeda una volta, un'altra è che succeda tutti i giorni.
Quindi introdurre il concetto di budget, e anche un po' di finanza comportamentale, perché alla fine siamo umani — non ci possiamo comportare come macchine, rispettando limiti numerici rigidi tutti i giorni. Questa umanità nella relazione con i soldi va bene, per carità, siamo fatti così — ma l'importante è spiegarla, in modo che i nostri figli, quando si troveranno in quella situazione, capiranno che è scattato quel meccanismo automatico — "sono triste, compro"; "sono felice, compro" — e magari sapranno frenarsi al secondo giro, invece di continuare in un ciclo di comportamenti che non portano da nessuna parte.
L'importante è spiegare tutto, anche quando sbagliamo: trasmettere che abbiamo capito perché abbiamo sbagliato, cosa abbiamo imparato da quell'errore — perché è impossibile trasmettere l'idea che non si sbagli mai con i soldi, che facciamo sempre tutto giusto. Ma allo stesso tempo non bisogna trasmettere nemmeno un'idea di scarsità costante, di "freno a mano tirato" sempre: i soldi vanno anche goduti, con un criterio, entro un budget, ma vanno spesi — non bisogna stare sempre col freno a mano. Insegnare che tutto si può fare e disfare, che quando ci sono errori si possono correggere, che dobbiamo essere fiduciosi: in un modo o nell'altro, con i soldi, ce la faremo — troveremo una soluzione, il momento di down passerà, e sapremo navigare anche i momenti positivi altrettanto bene. È importante trasmettere tutte le fasi dei nostri percorsi di vita così come sono, per costruire quella consapevolezza e quell'educazione finanziaria che magari a noi è mancata da piccoli.
SILVIA: Hai toccato un concetto per me molto chiaro: quello di mostrarsi fallibili, di mostrare che abbiamo sbagliato. Spesso, come genitori, non vogliamo mai far vedere questa parte vulnerabile — parlo a livello educativo, ma qui parliamo anche a livello finanziario. Invece è proprio quello di cui i nostri bambini hanno davvero bisogno, più che di modelli perfetti — che rischiano poi, per una sorta di "legge del contrappasso", di far sentire a disagio: "mia mamma non ha mai sbagliato con i soldi, non ha mai comprato niente di sbagliato, non si è mai comportata male... allora io devo in qualche modo seguire quelle orme" — che è un modello impossibile da raggiungere, perché è impossibile essere perfetti, ed è ancora più dannoso farlo credere ai nostri bambini. Mostrare invece: "ho comprato quella cosa, ho fatto una sciocchezza, l'ho presa d'impulso, in realtà non mi piace tanto, avrei dovuto pensarci meglio — la prossima volta me lo ricorderò, farò più attenzione", oppure, come dicevi tu, "ero molto triste" o "ero molto felice"...
Come ne avevamo parlato anche il mese scorso nell'intervista con Antonella Calabrese, a proposito di come il cibo diventa una sorta di comfort nella tristezza o nella gioia — qui è uguale, mi sembrano davvero due facce della stessa medaglia. Il denaro diventa un oggetto di scambio emotivo: "sono triste, compro"; "sono felice, compro" — va bene anche quello, come dicevi, siamo umani, ma va fatto con un criterio, entro un budget familiare.
Siamo quasi in chiusura — abbiamo detto un sacco di cose interessanti. Vorrei andare un po' nel pratico: ci sono dei consigli, qualcosa che vorresti lasciare ai genitori che ci seguiranno? Li dividerei un po', perché le fasce d'età sono molto diverse: magari un paio di consigli per i bambini piccolini, 3-4 anni, e un paio per una fascia un po' più grande, più capace a livello cognitivo e comunicativo di comprendere alcune dinamiche legate al denaro — diciamo 5-7 anni.
BLERINA: Per i più piccolini, direi: fargli prendere proprio dimestichezza con il denaro. Farglielo toccare, farlo pagare, fargli prendere e contare il resto — iniziare a prendere dimestichezza, a ragionare su quanti soldi servono per una cosa, quando iniziano ad avere anche i primi principi di matematica, a comprendere i numeri, a contare i centesimi. Fargli prendere consapevolezza, e iniziare a dargli fiducia — trasmettere che, anche se piccoli, possono gestire bene i loro pochi euro: non stare lì con l'ansia di "no, li perdi, non toccare". Responsabilizzarli nel piccolo — ovviamente non dai 200 euro a un bambino di 4 anni — ma trasmettere fiducia, non ansia: insegnargli che i soldi si mettono nel salvadanaio, nel vasetto, non si lasciano sparsi in giro, ma con tranquillità, senza trasmettere l'ansia che appena toccano i soldi devono già preoccuparsi.
Per i più grandi, inizierei a introdurre concetti più ampi. Io con mio figlio parlo anche di investimenti, un po' perché mi sente parlarne quando lavoro, ma anche perché voglio che inizi a guardare un po' più lontano. Già a sette anni e mezzo, otto anni, si possono iniziare a spiegare i concetti di investimento: perché si investe, cosa si compra, quali strumenti esistono — iniziare una sorta di educazione sugli investimenti, perché a quell'età, una volta che hanno capito come girano le monetine, le entrate e le uscite, magari attraverso la paghetta, il concetto di risparmio, i loro desideri e bisogni (i bisogni li soddisfano ovviamente i genitori, i desideri un po' loro), hanno già un livello di educazione importante — certo, in termini semplici, ma iniziano a distinguere nella loro testa concetti importanti.
Si può quindi iniziare a introdurre anche il concetto di investimento — magari non lo capiranno al cento per cento, ed è giusto così — ma è importante dire: "questi sono soldi che togli oggi perché domani crescano in una logica di investimento; te li togli oggi e domani, molto probabilmente, ti ritroverai con una somma in più" — introducendo così anche il concetto di interesse, di tasso di interesse. Non sono piccoli concetti da capire, ma è importante iniziare ad affrontarli, perché è molto importante che i genitori pensino già al futuro finanziario dei figli. Non basta aprire un piano di investimento per loro: è importante anche che i figli stessi abbiano quella visione, che non spendano tutto nel momento in cui hanno accesso ai soldi, ma abbiano capito la logica dell'attesa, dell'investire, del restare nel lungo periodo.
SILVIA: Quindi, per fare un recap: 3-4 anni, iniziare a maneggiare, contare, far vedere dove vanno messi i soldi e con cosa si può fare qualcosa con quelle monetine; 5-6 anni, l'idea del barattolo, della paghetta, del risparmiare per qualcosa, e dei soldini da usare per i piccoli desideri; e poi, verso i 7-8 anni, iniziare a introdurre un concetto più ampio di risparmio a lungo termine, eventualmente di investimento, di progetti futuri un po' più ampi — anche perché a quell'età si inizia con la matematica, ed è più facile spiegare questi concetti.
BLERINA: Sì, credo che in qualche modo si possa spiegare, come dicevi tu: "oggi ti togli 100, perché probabilmente tra dieci anni ti ritroverai con 180" — non sono precisissima con le percentuali, magari sono stata un po' ottimista, ma in modo molto semplice: quegli 80 in più sono gli interessi che hai accumulato perché hai messo da parte un pezzettino oggi e l'hai investito — poi dove l'hai investito è un altro discorso — ma l'hai fatto crescere, e così sono diventati 180, 200.
SILVIA: Sì, va bene, Blerina, io ti ringrazio. Secondo me abbiamo affrontato un sacco di argomenti — se poi ci saranno altre domande o altre cose, magari faremo una versione 2.0, in base a quello che emergerà. Ti ringrazio: lascerò tutti i tuoi riferimenti e i tuoi contatti all'interno dell'articolo dove uscirà la nostra intervista. Grazie tantissimo per il tempo che hai dedicato a tutti i genitori che ci seguono.
BLERINA: Grazie a te, sono contentissima. Spero di aver dato dei concetti utili, e spero anche di poterne parlare insieme in futuro, magari in un master, dove andiamo a dettagliare meglio quelli che possono essere degli step pratici concreti, per aiutare sempre più genitori in questo ruolo — che è impegnativo, molto impegnativo, anche a livello di gestione delle finanze e del denaro. E parte tutto dall'infanzia, quindi abbiamo, a maggior ragione, una grande responsabilità.
SILVIA: È vero. Grazie mille, Blerina.
BLERINA: Grazie a te.






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