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Come aiutare i bambini a costruire un buon rapporto con il cibo | Intervista alla psicoterapeuta Antonella Calabrese

26 giu
Tempo di lettura: 13 min
cibo e bambini
I genitori sono responsabili di cosa, quando e dove si mangia. I bambini sono responsabili del se e del quanto mangiare. — Ellyn Satter

👨‍👩‍👧 Caro Genitore,


"Ancora due bocconi e poi il dolce."

"Sei statə bravə, hai finito tutto."

"Assaggia almeno un pezzettino."


Sono frasi che probabilmente abbiamo detto almeno una volta o che abbiamo sentito ripetere a tavola quando eravamo bambinə.

Le diciamo con le migliori intenzioni, quelle di nutrire, educare, proteggere. A volte è per paura che nostrə figliə mangino troppo poco, troppo male o sviluppino cattive abitudini.

Eppure, spesso senza rendercene conto, proprio attorno al cibo iniziano a costruirsi messaggi, emozioni e convinzioni che accompagneranno i nostri figli molto più a lungo di quanto immaginiamo.


Che cosa significa davvero aiutare un bambino ad avere un buon rapporto con il cibo? Quanto conta il nostro esempio? E come possiamo favorire l'ascolto della fame, della sazietà e dei propri bisogni senza trasformare ogni pasto in una trattativa o in un campo di battaglia?


Ne ho parlato con Antonella Calabrese, psicologa, psicoterapeuta ed esperta di Mindful Eating, che da anni accompagna adulti e famiglie nel costruire una relazione più consapevole con il cibo.

Ne è nata una conversazione ricca di spunti pratici, riflessioni e piccoli cambi di prospettiva che, sono certa, ti accompagneranno anche dopo aver terminato la lettura.

Puoi guardare l'intervista completa qui sotto oppure continuare a leggere la trascrizione integrale dell'incontro.


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Oppure su Instagram: psicologa_antonella_calabrese


Trascrizione dell'intervista


Silvia: Benvenutə. Oggi sono qui con Antonella Calabrese, psicologa e psicoterapeuta, oltre che mamma di due bambine. Ho voluto invitarla per questa intervista dedicata al rapporto tra bambini e alimentazione, al cibo e a tutti quei riflessi che noi adulti possiamo portare all'interno delle nostre tavole e delle nostre famiglie.

Spesso non ci fermiamo a riflettere sul fatto che il rapporto con il cibo inizia già da piccoli e può accompagnare i nostri figli per tutta la vita.

Antonella, ti lascio la parola per presentarti.


Antonella: Grazie.

Come ha detto Silvia, sono Antonella Calabrese, psicoterapeuta. Mi occupo di ansia e fame emotiva e sono esperta di Mindful Eating, una pratica di alimentazione consapevole e intenzionale.

Sono mamma di due bambine di 5 e 8 anni e sono davvero felice di essere qui, perché ritengo che questo sia un argomento importantissimo e spesso sottovalutato.

Promuovere nei bambini la costruzione di un rapporto sano con il cibo è fondamentale. Forse non ci fermiamo mai a pensarci, ma il rapporto con il cibo ci accompagnerà sempre: avremo sempre un rapporto con il cibo e questo rapporto inizia a costruirsi già nell'infanzia.

Quello che i bambini vedono in famiglia, il modello che osservano ogni giorno, li accompagnerà per tutta la vita. Per questo è così importante portare attenzione e sensibilità a questa tematica.



Che cosa significa avere un buon rapporto con il cibo?


Silvia: Entriamo subito nel vivo.

Quando parliamo di un buon rapporto con il cibo, che cosa intendiamo davvero?

Perché non significa necessariamente mangiare tutto, non dire mai di no a un alimento, non fare mai capricci o non avere difficoltà a tavola.

Quali sono i segnali di una relazione sana con il cibo e con l'alimentazione che possiamo osservare già nei bambini?


Antonella: Hai toccato subito un punto importante.

Molti genitori associano il "mangiare tutto" all'essere bravə. Quante volte sentiamo dire: "Bravissimo, hai finito tutto il piatto!"

In realtà sappiamo che i bambini che vengono approvati e premiati perché finiscono sempre tutto, da adulti rischiano di diventare persone più scollegate dai segnali del proprio corpo. Imparano a mangiare per compiacere qualcuno, più che per ascoltare sé stessə.

Una relazione sana con il cibo è una relazione nella quale ci si approccia al cibo senza paura, senza ansia e senza sensi di colpa.

È una relazione in cui siamo connessi alla nostra saggezza interiore.

Noi esseri umani possediamo una capacità innata di autoregolazione molto simile a quella degli altri mammiferi. Sapremmo regolare naturalmente fame e sazietà, scegliere le quantità di cibo di cui abbiamo bisogno e orientarci verso ciò che ci serve.

Esiste un famoso esperimento condotto nei primi decenni del Novecento, oggi non più replicabile per motivi etici, nel quale a un gruppo di bambini veniva offerta una grande varietà di alimenti. I bambini erano liberi di scegliere cosa mangiare e in quale quantità.

La pediatra che li seguiva osservò qualcosa di sorprendente: i bambini, pur scegliendo liberamente, riuscivano a costruire pasti estremamente equilibrati dal punto di vista nutrizionale.

Era come se fossero guidati da una saggezza interna.

Con il tempo, però, questa capacità rischia di essere coperta dai condizionamenti degli adulti.

Se un bambino sente il desiderio di mangiare una certa quantità di un alimento e l'adulto interviene continuamente con frasi come:

"No, adesso basta.""Prima finisci la carne.""La frutta solo dopo."

il bambino impara gradualmente ad allontanarsi da ciò che sente e ad affidarsi sempre di più al giudizio esterno.

Ed è proprio questo ascolto corporeo che, nei miei percorsi di Mindful Eating, cerco poi di aiutare gli adulti a recuperare.

Molte persone arrivano da me senza sapere più riconoscere la fame o la sazietà.

I bambini, invece, questa capacità ce l'hanno già.



Fidarsi della loro capacità di autoregolarsi


Silvia: Mi colpisce molto questa idea della fiducia.

Perché mi accorgo che spesso, anche senza volerlo, intervengo automaticamente.

Penso ad esempio alla frutta.

Magari le bambine stanno mangiando il pesce o la carne e vedono delle fragole sul tavolo. La tentazione di dire: "Aspetta, finisci prima il secondo e poi mangi la frutta" è fortissima.


Antonella: Assolutamente.

Eppure, quando osserviamo i bambini senza intervenire troppo, ci accorgiamo che sono capacissimi di alternare i cibi in modo spontaneo.

Possono mangiare un'albicocca, poi tornare alla carne, poi assaggiare un'altra cosa.

Loro non hanno ancora la nostra struttura mentale fatta di primo, secondo, contorno, frutta e dolce.

Sono molto più liberi e curiosi.

Spesso sperimentano accostamenti che a noi sembrano assurdi e che istintivamente vorremmo correggere.

In realtà quella curiosità esplorativa è preziosissima.

È la stessa creatività che poi ammiriamo negli chef quando combinano ingredienti che non avremmo mai pensato di mettere insieme.

Per questo credo che uno degli aspetti più importanti sia proprio imparare a fidarsi della loro capacità di esplorare.



Il clima che si respira a tavola


Silvia: Mi sembra che un altro elemento fondamentale sia il clima che si crea durante il pasto.


Antonella: Sì.

Un rapporto sano con il cibo non riguarda soltanto ciò che viene messo nel piatto.

Riguarda anche il contesto.

Idealmente il pasto dovrebbe essere un momento di convivialità, piacere e connessione.

Può sembrare scontato, ma non lo è affatto.

Noi adulti arriviamo spesso a tavola portandoci dietro la stanchezza della giornata, le preoccupazioni, il lavoro, le tensioni.

Diventare consapevoli di questo può aiutarci a fare un piccolo passo in più.

Possiamo provare a lasciare fuori dalla porta, almeno per quel momento, ciò che ci preoccupa e dedicarci davvero alla presenza e alla condivisione.


Silvia: Questa riflessione mi fa venire in mente una cosa che mi è successa di recente.

Mi sono resa conto di aver utilizzato il momento della cena per affrontare con mio figlio una situazione spiacevole, quasi una sorta di rimprovero.

Solo dopo ho pensato che non era il contesto giusto.

Mi sono detta: se la cena diventa anche il momento in cui arrivano le ramanzine, le lezioni e le discussioni, allora rischia di caricarsi di significati che non hanno nulla a che fare con il nutrimento.

Da quel giorno ho deciso di impegnarmi perché il momento del pasto rimanga il più possibile sereno.


Antonella: Hai toccato un tema importantissimo.

E ti ringrazio per aver condiviso questa riflessione, perché penso che la vulnerabilità sia uno dei modi più potenti per aiutare altre persone.

Una delle indicazioni fondamentali della Mindful Eating è proprio evitare il multitasking.

Mangiare dovrebbe essere un'attività a sé.

Portare a tavola problemi, discussioni o questioni da risolvere equivale un po' a lavorare mentre si mangia.

È come se due colleghi continuassero una riunione davanti al piatto o come mangiare davanti al computer.

L'idea è quella di offrire al momento del nutrimento la massima attenzione possibile.

Naturalmente siamo esseri umani e la mente vagherà comunque.

Però partire con l'intenzione di esserci davvero fa una grande differenza.

Anche perché il momento del pasto lascia tracce profonde.

Nella psicoterapia del trauma esiste una domanda che spesso apre riflessioni molto importanti:

"Com'erano i pasti nella tua famiglia?"

E da lì emergono mondi interi.

Persone che ricordano un padre sempre assente.

Famiglie in cui si litigava continuamente a tavola.

Bambini che mangiavano da soli davanti alla televisione.

Oppure persone che ricordano frasi umilianti sul proprio corpo o sulle quantità di cibo mangiate.

Sono ricordi che spesso restano impressi per tutta la vita.

Per questo il momento del pasto è molto più importante di quanto immaginiamo.



Le frasi che rimangono attaccate addosso


Silvia: C'è una cosa su cui volevo soffermarmi. Mi sono segnata una serie di frasi che sento spesso dire ai bambini durante i pasti.

Frasi come:

"Puoi avere il dolce solo se finisci tutto."

"Devi finire quello che hai nel piatto."

"Mangia, perché ci sono bambini che non hanno da mangiare."

Ho la sensazione che siano frasi che rimangano addosso.


Antonella: Assolutamente sì.

Te lo posso dire dal mio lavoro con donne adulte che soffrono di disturbi alimentari o hanno un rapporto difficile con il cibo: quelle frasi restano.

Molte pazienti le ricordano perfettamente.

E non ricordano solo le parole. Ricordano l'emozione che hanno provato mentre le ascoltavano.

Tra le più frequenti c'è sicuramente:

"Mangia, perché ci sono bambini che muoiono di fame."

Che, se ci pensiamo, è una frase completamente scollegata dalla situazione reale.

Mangiare tutto quello che c'è nel mio piatto non salverà nessun bambino che vive una situazione di povertà alimentare.

Eppure questa frase crea un legame molto forte tra cibo e senso di colpa.

Inoltre i bambini sono estremamente sensibili ed empatici.

Dire a un bambino piccolo che altri bambini stanno morendo di fame può generare sofferenza, tristezza e preoccupazione.

Poi ci sono tutte le frasi che ruotano attorno al concetto del "finire tutto":

"Bravə, hai finito tutto."

"Dai, ancora un boccone."

"Devi mangiare anche questo."

"Prima finisci e poi puoi mangiare altro."

Il rischio è sempre lo stesso: allontanare il bambino dai propri segnali corporei e insegnargli che il criterio per smettere di mangiare non è ciò che sente lui, ma ciò che decide qualcun altro.



Non siamo una pattumiera


Antonella: C'è una riflessione che faccio spesso con le mie pazienti.

Molte donne mi dicono:

"Non riesco a lasciare nulla nel piatto."

"Non riesco a buttare il cibo."

"Finisco sempre gli avanzi, anche quando sono piena."

E io rispondo sempre:

"Noi non siamo una pattumiera."

Attenzione: non sto dicendo che dobbiamo sprecare il cibo.

Anch'io sono molto sensibile al tema dello spreco alimentare.

Per esempio, al ristorante chiedo spesso di portare via ciò che avanza.

Ma c'è una differenza enorme tra evitare lo spreco e usare il proprio corpo come contenitore per ciò che non si vuole buttare.

Se sono sazia, il cibo in eccesso rimane comunque un eccesso.

Non diventa improvvisamente utile solo perché lo mangio controvoglia.



Il problema del dolce


Silvia: Una delle situazioni più frequenti riguarda il dolce.

Capita spesso che un bambino voglia il gelato o il dessert mentre è ancora a tavola.

Come si gestisce?


Antonella: Capisco perfettamente il dilemma dei genitori.

Se davanti a un bambino metti un branzino e un gelato, è probabile che scelga il gelato.

Per questo molti genitori cercano di essere strategici.

Anch'io lo faccio.

La differenza è che cerco di non utilizzare il dolce come premio.

Per esempio, in alcuni periodi semplicemente non ho dolci in casa.

In altri periodi sì.

Cerco però di non trasformarli in qualcosa di proibito.

Perché il rischio è che un alimento proibito acquisisca un valore enorme.

Io stessa, crescendo, ho sperimentato cosa significa sentirsi privata di alcuni alimenti e poi sviluppare un rapporto eccessivo con essi.

Per questo oggi preferisco che le mie bambine sappiano che quei cibi esistono, che possono essere consumati e che non sono né premi né punizioni.



Quando il cibo diventa una consolazione


Antonella: Un'altra cosa a cui fare attenzione è l'uso del cibo per regolare le emozioni.

Frasi come:

"Non piangere, ti do un cioccolatino."

"Se fai il bravo ti compro il gelato."

Sembrano innocue.

In realtà insegnano qualcosa di molto potente:

che il cibo serve per sentirsi meglio.

È vero che l'associazione tra nutrimento e conforto esiste fin dalla nascita.

Pensiamo all'allattamento.

Ma se continuiamo a rinforzare questa associazione ogni volta che il bambino è triste, frustrato o arrabbiato, rischiamo di trasformare il cibo nella strategia principale per gestire le emozioni.

E questo è uno dei meccanismi che poi ritroviamo molto spesso nella fame emotiva degli adulti.



La selettività alimentare


Silvia: Ti racconto una situazione che stiamo vivendo noi.

Mio figlio da piccolo mangiava davvero di tutto.

Negli ultimi tempi è diventato molto più selettivo.

Ci sono alimenti che fino a poco tempo fa mangiava tranquillamente e che oggi non vuole nemmeno vedere.

È normale?


Antonella: Assolutamente sì.

La selettività alimentare e i cambiamenti nei gusti fanno parte dello sviluppo.

Anche gli adulti cambiano gusti nel corso della vita.

Nei bambini questo avviene semplicemente più velocemente.

Lo stesso vale per le quantità.

Ci sono periodi in cui mangiano tantissimo e altri in cui mangiano molto meno.

Possono esserci fasi di crescita intensa, momenti in cui fanno più movimento, periodi in cui hanno meno appetito.

È normale.

Per questo è importante fidarsi della loro capacità di autoregolarsi.

Naturalmente ci sono situazioni in cui la selettività diventa estrema e allora è opportuno confrontarsi con il pediatra e, in alcuni casi, anche con uno psicologo.

Però nella maggior parte dei casi si tratta di oscillazioni fisiologiche.



Offrire senza forzare


Silvia: Noi stiamo cercando di gestire la cosa offrendo sempre più alternative.

A tavola c'è quasi sempre una certa varietà di alimenti e lui può scegliere come comporre il proprio piatto.

Se c'è qualcosa di nuovo lo invitiamo ad assaggiare.

Se invece sappiamo che un alimento proprio non gli piace, evitiamo di trasformare il pasto in una battaglia.

Antonella: Questa modalità è molto vicina alle indicazioni della Mindful Eating applicata ai bambini.

La varietà è importantissima.

Così come continuare a proporre un alimento senza forzare.

C'è addirittura chi suggerisce di proporre più volte un alimento rifiutato, anche otto o più esposizioni, prima di considerarlo davvero non gradito.

Non significa obbligare.

Significa semplicemente continuare a offrirlo.

Magari preparato in modi diversi.

A volte basta cambiare consistenza, temperatura o modalità di presentazione.

Per esempio, le mie bambine mangiano volentieri alcuni legumi se vengono tostati al forno, mentre non li gradiscono lessati.

Lo stesso alimento può suscitare reazioni completamente diverse a seconda di come viene presentato.



Quando hanno fame poco prima di cena


Silvia: Una domanda arrivata su Instagram riguarda la fame che compare poco prima dei pasti.

Tipo: "Manca un quarto d'ora alla cena e sembra che non mangino da tre giorni."

Antonella: Mi succede continuamente.

Se ho qualcosa di pronto, magari offro una carota, qualche mandorla o qualcosa di semplice.

Se invece non c'è nulla a disposizione, insegno alle mie figlie che la fame è una sensazione che possiamo tollerare.

Viviamo in una società in cui qualsiasi minimo segnale corporeo viene soddisfatto immediatamente.

Invece la fame non è un'emergenza.

È un messaggio del corpo.

Possiamo ascoltarlo e, se necessario, aspettare qualche minuto prima di mangiare.

Anche questa è una competenza importante.


E se dopo cena tornano ad avere fame?


Silvia: E quando si alzano da tavola e dopo poco tornano dicendo di avere di nuovo fame?

Antonella: A me succede spesso.

Personalmente tendo ad assecondare questa possibilità.

Se una delle mie bambine si alza perché vuole giocare e dopo un po' sente di avere ancora fame, può tornare a mangiare.

L'unica regola che mantengo è che si fa una cosa per volta.

Se si mangia, si mangia.

Se si guardano i cartoni, si guardano i cartoni.

Non porto il cibo davanti alla televisione.

Se vuoi mangiare, metti in pausa e torni a tavola.

Per me questa distinzione è importante.



I bambini imparano da quello che vedono


Silvia: Io sono una grandissima sostenitrice del potere dell'esempio.

Lo dico sempre ai genitori con cui lavoro: è difficile insegnare qualcosa che noi per primi non stiamo vivendo.

Credo che questo valga anche per il cibo.

Se passo il tempo a parlare di diete, di peso, di calorie o a criticare il mio corpo, in qualche modo quel messaggio arriva ai bambini.

Antonella: Assolutamente.

Ed è qualcosa che emerge continuamente nel mio lavoro clinico.

Molte donne ricordano perfettamente il rapporto che la madre aveva con il proprio corpo e con il cibo.

Ricordano le diete.

Ricordano i commenti sul peso.

Ricordano il giudizio verso il corpo delle altre persone.

Ricordano la madre che mangiava compulsivamente o che si privava continuamente di determinati alimenti.

I bambini osservano tutto.

E non imparano solo ciò che diciamo.

Imparano soprattutto ciò che facciamo.

Per questo è importante fare attenzione ai commenti che facciamo sul corpo degli altri, sul nostro corpo e sul cibo.

Frasi come:

"Quella è troppo magra."

"Quello è ingrassato."

"Mi si vede la pancia."

"Devo assolutamente dimagrire."

trasmettono un'idea precisa: che il valore personale sia legato all'aspetto fisico.



Se siamo a dieta, spieghiamolo


Antonella: Questo non significa che una persona non possa seguire un'alimentazione diversa o un percorso nutrizionale.

Può assolutamente farlo.

Ma è utile spiegarlo ai bambini.

Se tutta la famiglia mangia la pasta e io scelgo qualcosa di diverso, posso dire:

"Sto facendo una scelta che mi aiuta a prendermi cura di me."

"Ho bisogno di più energia."

"In questo periodo sto seguendo delle indicazioni particolari."

Perché i bambini vedono comunque ciò che accade.

Se non diamo spiegazioni, tenderanno a costruirsi le loro interpretazioni.

E non sempre saranno interpretazioni corrette.



Il valore della condivisione


Antonella: Ti racconto una cosa che mi ha fatto riflettere molto.

Le mie bambine, quando prendono il gelato dopo la scuola, sono felicissime quando lo prendo anch'io.

Per ragioni lavorative spesso scelgo merende diverse.

Ma mi sono resa conto che per loro la condivisione conta tantissimo.

Fare il "cin cin" con il gelato.

Mangiare la stessa cosa.

Condividere un piccolo piacere.

Sono momenti che restano.

E credo che anche questo faccia parte della costruzione di un rapporto sereno con il cibo.


Due consigli per aiutare i bambini a costruire una buona relazione con il cibo


Silvia: Se dovessi lasciare ai genitori due o tre indicazioni importanti per il lungo periodo, quali sarebbero?


Antonella: La prima è sviluppare fiducia nel corpo.

Viviamo moltissimo nella testa e sempre meno nelle sensazioni corporee.

Invece abbiamo bisogno di tornare a chiederci:

"Ho davvero fame?"

"Quanto sono sazia?"

"Che tipo di fame sto provando?"

È una fame fisica?

È una voglia?

È il desiderio di un sapore particolare?

Questa capacità di ascolto possiamo coltivarla anche nei bambini.

La seconda indicazione è offrire varietà.

Una grande varietà di alimenti.

Prevalentemente nutrienti e semplici, ma senza trasformare alcuni cibi in nemici.

In un'alimentazione sana c'è spazio per tutto.

La terza è vivere il cibo come una gioia.

Molti adulti hanno perso completamente la dimensione ludica del cibo.

I bambini invece ce l'hanno ancora.

Amano cucinare.

Amano toccare gli ingredienti.

Mescolare.

Sperimentare.

Fare domande.

Assaggiare.

E questa curiosità andrebbe protetta.



Cucinare insieme

Silvia: Mi piace molto questa idea.

Anche perché spesso i genitori mi dicono di non avere abbastanza tempo di qualità da trascorrere con i figli.

Cucinare insieme potrebbe essere un modo bellissimo per unire le due cose.


Antonella: Assolutamente.

E non servono preparazioni elaborate.

Quando le mie bambine erano più piccole, per esempio, il loro compito era fare il "bagnetto alle verdure".

Lavavano zucchine, cavolfiori e carote dentro una bacinella.

Era già partecipazione.

Era già relazione.

Era già apprendimento.

E poi c'è un altro aspetto importante.

Quando partecipiamo alla preparazione del cibo, sviluppiamo una connessione diversa con ciò che mangiamo.

Lo abbiamo scelto.

Lo abbiamo toccato.

Lo abbiamo preparato.

Lo abbiamo trasformato.

E questo rende l'esperienza molto più ricca.

Spesso i bambini mangiano più volentieri qualcosa che hanno contribuito a preparare.

Non necessariamente perché sia più buono, ma perché sentono che appartiene anche a loro.



Un ultimo pensiero


Silvia: Antonella, grazie davvero.

È stata una chiacchierata ricchissima.

Mi porto a casa tante riflessioni e spero che chi ci ascolta possa fare lo stesso.

Mi piace il fatto che non abbiamo costruito una lista di regole rigide o di cose da fare e da non fare.

Abbiamo provato piuttosto ad aprire delle possibilità e a offrire spunti di osservazione.


Antonella: È esattamente quello che speravo.

Perché ogni famiglia è diversa.

Ogni bambino è diverso.

Ogni genitore è diverso.

Quello che possiamo fare è portare attenzione, sviluppare consapevolezza e concederci il tempo di osservare.

Spesso qualcosa che oggi non ci risuona, tra qualche mese può diventare improvvisamente significativo.

Per questo invito sempre le persone ad ascoltare questi contenuti più di una volta.

Le riflessioni maturano.

Le consapevolezze si trasformano.

E il rapporto con il cibo, come ogni relazione importante, è un processo che si costruisce nel tempo.


Silvia: Grazie davvero per essere stata qui.

Spero che questa sia solo la prima di molte conversazioni insieme.


Antonella: Grazie a te Silvia. È stato un vero piacere.





 
 
 

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