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Ma Davvero Essere dei Buoni Genitori è una Questione di Istinto E Spontaneità?

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spontaneità
Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, dunque, non è un atto ma un’abitudine. — Aristotele


👨‍👩‍👧 Caro Genitore,




Oggi partiamo da una piccola passeggiata interiore.


Sto facendo un percorso di crescita personale a tema relazione. È incentrato soprattutto sulla relazione di coppia e sulle dinamiche che la attraversano.


In maniera puntuale, modulo dopo modulo e condivisione dopo condivisione, è emerso, sotto varie sfaccettature, il tema della spontaneità: la spontaneità nei gesti, nelle intenzioni, nell’individuare e soddisfare il desiderio dell’Altro.

E di quanto questo concetto, anche non necessariamente portato all’estremo, possa diventare controproducente per una relazione sana.


Così ho iniziato a pensare e a riflettere su quanto, anche nell’educazione, passi spesso l’idea che essere un buon genitore sia una questione naturale. Una condizione che si erge sul "se c'è amore, c'è tutto". Un legame che si crea perché c’è l’istinto che affiora e quindi guida.


Credere e affidarsi a questo pensiero conduce però, quando ci troviamo a urlare, perdere la pazienza, sentirci confusə o incoerenti, alla la conclusione di non essere portatə, di non meritare questo ruolo, di non avere (biologicamente?) ciò che serve.


Ma se non fosse una questione di incapacità genetica, di fragilità personale, o di scarsa vocazione?

Se non fosse il segno che stiamo sbagliando tutto, ma piuttosto il segnale che stiamo cercando di muoverci dentro una cornice di idealizzazione sbagliata?

Se la vera trappola, in cui un po’ ci infiliamo da solə e un po’ a volte ci ritroviamo dentro senza accorgercene, fosse proprio l’idea di dover essere capaci solo perché lo siamo diventati, genitori?





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La spontaneità non è neutra: è figlia della nostra storia


La convinzione che diventare genitori significhi automaticamente essere capaci, che l’istinto basti, che le parole giuste arrivino da sole, che la calma sia automatica e che la connessione non richieda alcuno sforzo è una narrazione seducente, ma profondamente ingannevole. Perché non tiene conto del perimetro entro il quale ognunə di noi cresce: una storia fatta di modelli, ferite, condizionamenti, convinzioni profonde che ci abitano e giorno dopo giorno hanno trovato il proprio angolino in cui accomodarsi.


E così, quando ci affidiamo alla spontaneità, in realtà non stiamo ascoltando ciò che è più autentico in noi, ma stiamo seguendo ciò che è più antico, più conosciuto, più reattivo.

Quando diciamo “vado a istinto”, in realtà la traduzione corretta sarebbe:

"sto reagendo con ciò che ho imparato, visto, assorbito e interiorizzato nel corso della mia vita."


La nostra spontaneità, infatti, non nasce nel vuoto, ma è profondamente influenzata da:


  • il modello educativo ricevuto, anche quando giuriamo di non volerlo replicare

  • le frasi ascoltate da bambinə, che continuano a riecheggiare nelle nostre parole

  • il modo in cui venivamo correttə, rimproveratə, contenutə o ignoratə

  • i silenzi, le paure, le aspettative che hanno costruito il nostro modo di stare nelle relazioni

  • il nostro sistema nervoso sotto stress, che prende il comando quando ci sentiamo sopraffattə


Per questo, essere spontanei molto più che spesso significherà:

  • reagire invece di rispondere, spintə dall’urgenza emotiva

  • ripetere schemi che non abbiamo quasi mai messo in dubbio davvero

  • educare secondo automatismi interiorizzati anziché secondo i valori che diciamo di voler trasmettere

  • dire parole che non rispecchiano ciò che sentiamo nel profondo

  • agire più per difesa, non per intenzione


E allora la domanda diventa inevitabile. Sicuramente scomoda, ma necessaria.

Siamo davvero sicuri che la spontaneità sia davvero il metro di giudizio, lo spartiacque, la cartina tornasole per dirci se siamo o non siamo dei buoni genitori?

Credi ancora che la tua spontaneità sia davvero libera…o forse è molto più influenzata di quanto pensi?




La grande bugia culturale: “Se ami tuo figliə, saprai cosa fare”


La narrazione dominante sulla genitorialità è romantica, idealizzata, e troppo spesso semplificata.

L'abbiamo detto prima, ci racconta che:

  • l’amore è sufficiente

  • l’istinto sa sempre la strada

  • chi fa fatica è meno capace

  • chi si arrabbia ha qualcosa che non va


E se da una parte questo è un bene, perché ci invita a prenderci la responsabilità verso i nostrə figliə e i loro bisogni, che sono e devono essere messi prima dei nostri (per poi via via tornare a un nuovo equilibrio durante la crescita), dall’altra genera figure genitoriali competenti, attenti, presenti… eppure costantemente in dubbio.


Perché al primo accenno di fatica, alla prima parola sbagliata, al primo errore, ciò che mettono in discussione non è il mito di una genitorialità impossibile e inesistente, bensì loro stessə.

E con loro stessə, la propria identità.


Questo finisce per alimentare una vergogna sottile, silenziosa, difficile da nominare: la vergogna di chi studia, si informa, ci prova… ma continua a pensare di essere “sbagliatə”.




La trappola emotiva: “Se devo pensarci, allora sto recitando”


Credere che i nostri comportamenti siano più autentici, più nobili, più pregiati, perchè spontanei, è in realtà un'illusione.

Tanto che molti genitori vivono un conflitto interno doloroso quando vengono invitati a fare scelte intenzionali:

  • Se devo selezionare le parole → non sono autenticə

  • Se mi devo controllare → sto recitando

  • Se devo allenarmi → vuol dire che mi manca qualcosa

  • Se faccio fatica → allora sto fallendo


Ecco perchè per ridimensionare l'aspettativa della spontaneità è necessario concentrarsi sulla consapevolezza.

La consapevolezza è la chiave di orientamento in grado di creare uno spazio, un micro-momento, una pausa tra ciò che accade e il modo in cui scegliamo di rispondere.


Si tratta di un passaggio iniziale faticoso e spesso non intuitivo, perchè richiede di andare controcorrente rispetto a ciò che siamo abituatə a fare.


Significa, per esempio:

  • fermarsi prima di rispondere, anche quando l’impulso sarebbe quello di reagire subito

  • osservare i propri trigger, riconoscendo quali situazioni ci attivano di più

  • imparare delle frasi con cui voler comunicare qualcosa, invece di lasciar uscire le solite automaticamente

  • regolare il tono, soprattutto quando l’emozione spinge verso l’urgenza

  • restare nel limite senza esplodere, tenendo la direzione


È un lavoro sottile, quotidiano, spesso invisibile dall’esterno. Un lavoro che non ha nulla di spettacolare, ma che è profondamente trasformativo perchè in grado di rendere piano piano lo sforzo, la recita, il tentativo non come una scelta spontanea ma come una nuova risposta intenzionale, per farla poi diventare quella automatica.




Prima di salutarci...


Siamo arrivati alla fine, Caro Genitore, e come avrai capito, essere dei buoni genitori non significa fare azioni spontanee ma scegliere intenzionatamente.


Essere buoni genitori non significa dire o fare sempre la cosa che “ci viene naturale”. Significa scegliere, ogni volta che possiamo, chi vogliamo essere nella relazione con nostrə figliə.


La buona notizia è che tutto questo non richiede un talento innato. Richiede consapevolezza, allenamento, disponibilità a mettersi in discussione.




A presto.

Silvia.



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